Il lavoratore e la lavoratrice della conoscenza hanno bisogno di formazione specifica per svolgere compiti che hanno a che fare con la “conoscenza”?

Ho letto alcuni post, ho seguito il filo di un discorso da un blog a un altro.

La domanda è: Qual è la vera natura del lavoro intellettuale e come i singoli lavoratori della conoscenza ottengono la piena padronanza della propria arte?

Qualche anno fa Jim McGee ha scritto un articolo dal titolo Knowledge work as craft work, nel quale si afferma che il lavoro intellettuale è simile all’operare dell’artigiano.

La differenza più evidente è che l’artigiano crea pezzi fatti di materia, attraverso un processo più o meno complesso. Questo processo può essere materialmente osservato e porta alla creazione finale di un oggetto.

Invece, tu che sei un consulente, tu che sei uno scrittore, un blogger puoi vedere soltanto le reazioni che la tua opera sortisce.

Brett Miller scrive:

My brothers both work in a trade (plumbing and electrician), and I’ve had many conversations with them about the process within the trade unions of developing young plumbers and electricians from apprentice through the master grade. I’ve also taken a renewed interest in this process as described in the biographies of historical figures such as Benjamin Franklin and Leonardo da Vinci.

E continua affermando:

How did you learn how to be a knowledge worker? Did you spend your early years in an “apprenticeship” or were you just thrown into the fray? How do we help new knowledge workers learn their craft? How do we get knowledge workers, new or otherwise, to accept their profession as a craft? And how do we, as experienced knowledge workers, become even better at it?

Come si apprende l’arte del Knowledge work? C’è un apprendistato particolare da seguire o si viene gettati nella mischia? Come è possibile aiutare i lavoratori della conoscenza ad apprendere la loro arte? È possibile vedere che il lavoro intellettuale non è altro che un lavoro artigianale? Come possiamo migliorare la nostra “arte della conoscenza”?

 

Quali sono le competenze del lavoratore intellettuale?  

 

Michele Martin scrive: 

 

What we need, says Jim, is transparency in our work processes, a sort of cognitive apprenticeship model that makes our thinking and production processes more visible to others. Managing knowledge is not simply a matter of sharing knowledge objects. It’s about sharing multiple layers of thought, making each iteration of what we produce visible to ourselves and to others as a way to further develop our thinking. This allows us to return to earlier versions of ideas and to backtrack and re-evaluate what we do. 

 

Ho raccolto questa esperienza: 

 

Mi chiamo Rosita ho 37 anni e lavoro in una Cooperative che produce in senso lato “conoscenza”. Qui ci sono capitata per caso, ci lavoro da due anni e prima avevo già operato in realtà in parte simili.

Ogni mattina, arrivo in ufficio con la mia utilitaria. Parcheggio e nella stanza che condivido con altri lavoratori della conoscenza, dopo un veloce: “Buongiorno bella, come stai oggi?” cala il silenzio assoluto. Ognuno, impegnato nel proprio progetto, diverso ma simile, ognuno, ipod alle orecchie, corre contro il tempo con di fronte soltanto uno schermo piatto e inerme.

Con ciò voglio dire che a volte mi sento che devo trovare da sola le soluzioni. Al capo progetto non interessa affatto il processo che porta alla realizzazione del compito richiesto, non interessa assolutamente “come”, non posso annoiarlo con simili richieste sul “come fare?”. Al capo interessa che io porti a termine il mio ritaglio di progetto. Il capo poi, con i consulenti a lui più vicini, lo assembla. Solo loro hanno una visione d’insieme di ciò che tutti noi lavoratori stiamo facendo. Per non sapere né leggere né scrivere credo che ciò non sia il modo ideale di operare. Sento che manca la collaborazione, sento che ho bisogno di qualcuno che mi spieghi come utilizzare software e servizi di cui lontanamente immagino l’esistenza. A volte, poi, mi trovo a operare assieme ad altre lavoratrici come me, ma che sono dislocate in sedi lontane centinaia di chilometri dalla mia. Non abbiamo quello che ho scoperto si chiama un CMS aziendale, abbiamo soltanto un Server interno utilizzabile per salvare i nostri manufatti (documenti) nella cartellina personale alle 18.15, poco prima di lasciare l’ufficio. Il server contiene i documenti del mio ufficio. Quando lavoro con le altre sedi utilizziamo soltanto l’e-mail e per risparmiare sulle chiamate Windows Live Messenger. Qualcuno mi ha detto che se utilizzassi un Wiki si potrebbe semplificare il mio lavoro di collaborazione. Mi hanno parlato anche di Media sociali, per fare conoscenza con i miei colleghi lontani. Se devo scrivere di che cosa ho bisogno direi di dialogo per poter entrare meglio nell’ottica dei progetti che seguo e per non sentirmi una semplice operaia di pezzi di “conoscenza”, ma un’artigiana che mette dentro a ciò che produce quel qualcosa in più, quel tocco di personalità che credo manchi. Sono stata chiara?

 

Vorrei anche riportare l’intuizione di Michele Martin sull’idea che un lavoratore della conoscenza è non soltanto un artigiano, ma anche un vero e proprio artista. 

 

 


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