Posted by: Giuliana Guazzaroni | October 18, 2007

Economia del dono e lavoratori volontari

Jem Matzan in “The gift economy and free software” (disponibile online: http://www.linux.com/articles/36554) definisce in questo modo l’economia del dono:

A “gift economy” is a social system in which status is given by how much one shares or gives to one’s community, as opposed to an “exchange economy” where status is given to those who own or control the most stuff. In today’s world we’re used to the latter economic philosophy, as it has been closely affiliated with the capitalist system since at least the Industrial Revolution and the invention of the corporation. But the Industrial Age is over - this is the Information Age now, and things are changing.

È vero che nella nostra epoca (Information Age) l’economia del dono sta diventando sempre più importante?

Un esempio di quanto afferma Matzan è Wikipedia, i blog e le molte altre pratiche di condivisione che si trovano un po’ ovunque nella rete.

Wikipedia (nella versione italiana) chiarisce l’economia del dono: “Il cosiddetto dono è in realtà uno scambio reciproco che ha alcune caratteristiche definite, per quanto esse siano delle convenzioni e non delle regole scritte: l’obbligo di dare, l’obbligo di ricevere, l’obbligo di restituire più di quanto si è ricevuto” (http://it.wikipedia.org/wiki/Economia_del_dono).

Luca De Biase nella rubrica CROSSROADS – Sulla Strada dei Nuovi Media (Nòva n.95 dell’11 ottobre 2007 http://nova.ilsole24ore.com/nova24ora/2007/10/identit-condivi.html) nell’articolo “L’economia del dono e la vita quotidiana” porta come esempio il servizio online “ReadThisToMe” (http://lucadebiase.nova100.ilsole24ore.com/2007/10/leggere-senza-v.html). Questo è un sito che offre aiuto alle persone che non vedono, attraverso la lettura di testi da parte di volontari (www.readthistome.org).

L’effetto di tutti questi dono è, in ultima analisi, la creazione di un’immensa ricchezza che non sempre può essere quantificata in termini monetari.

De Biase afferma che Wikipedia ha spiazzato le imprese che operavano nel business delle enciclopedie e conclude affermando che:

“Le persone hanno bisogno di beni da consumare, ma anche di esprimere se stesse e di coltivare delle relazioni umane. Chi si occupa di business ne deve urgentemente tenere conto in modo molto sincero”.

La pratica del “dono” viene anche definita “economia non di mercato”, come nelle società dei tempi passati, le società “primitive”, ovvero di comunità economicamente autosufficienti, che producono da sole gran parte di ciò di cui hanno bisogno. Un esempio di economia del dono è la pratica del Potlatch dei nativi americani del Nord-Est oppure quella del Kula degli abitanti delle isole Trobriand (http://it.wikipedia.org/wiki/Economia_del_dono).

La diffusione di Internet ha riportato nella rete alcune pratiche sociali che si alimentano grazie alla generosità degli utenti. Come nello sviluppo di software open source (Linux, OpenOffice, Moodle…), sviluppati da comunità di programmatori e distribuiti gratuitamente. Questi modelli inevitabilmente hanno un forte impatto sull’economia di mercato.

Alcune imprese, come afferma Raffaele Mastrolonardo nell’articolo: “Quando il business scommette sulla generosità degli utenti” (http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/11-Ottobre-2007/art59.html) cercano di opporsi a questa logica altre, al contrario, la osservano con interesse:

“Così accade che giganti del software come Ibm o Sun Microsystems, invece di combattere l’open source, offrano i propri programmatori alle varie comunità nella convinzione che da questa relazione acquisiranno competenze per sviluppare servizi che potranno poi vendere ai propri clienti. Insomma, c’è chi dà la caccia alla tigre che rischia di mangiarli e chi prova a cavalcarla, nella speranza di imparare a conviverci. Quest’ultima opzione, in particolare, è scelta soprattutto da chi non detiene posizioni dominanti e per questo è maggiormente portato a esplorare nuovi modelli di business”.

Ma che cosa hanno in cambio questi generosi utenti “creatori” (secondo un noto report della Forrester Research http://scioglilingua.wordpress.com/2007/10/17/collaboration-for-dummies) di preziosi contenuti o codici?

Secondo Matzan un progetto di Software libero potrebbe non portare ad alcun profitto monetario immediato.

Il “pagamento” dei lavoratori volontari avviene in diversi modi. Per esempio, Richard Stallman, il presidente della Free Software Foundation, nonché lo sviluppatore di una buona parte del sistema operativo GNU/Linux ha affermato:

“The main benefit for me is that I can use a computer without starting through an act of betrayal - promising not to share”.

In ultima analisi, l’economia del dono, sempre secondo Matzan, paga i suoi magnanimi volontari con il riconoscimento, il raggiungimento di uno STATUS all’interno della Comunità. E, allo stesso tempo, lo status ripaga in molti modi: attraverso le donazioni di beni, le offerte di aiuto ecc.. Quelli che hanno svolto un gran buon lavoro vedranno i loro sforzi ricompensati nel lungo periodo… e forse avranno contribuito a cambiare alcune logiche di mercato…

 

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