Posted by: Giuliana Guazzaroni | July 24, 2008

Ascolta la saggezza del tuo network

Dire Personal Learning Network significa evocare un potente concetto che richiama alla mente la saggezza insita nella propria rete personale nel web. A questo proposito, ho appena letto un post e ho subito scritto sul mio Twitter questa frase: “Trying to listen to the wisdon of her network” (Cerca di ascoltare la saggezza del suo network)!!

 

L’argomento mi interessa e da questo momento prometto di mettermi in ascolto di quanto mi suggeriscono i miei network.

Desidero ascoltare le potenzialità della mia rete personale!!

 

Il concetto di Personal Learning Network (PLN) e quello di Personal Learning Environment non sono ancora molto diffusi. Graham Wegner dice che “it is hard to explain and sell what an online PLN is to educators without diving and experiencing it themselves”. E così nel post che ho letto l’autrice racconta come ha dimostrato un PLN in azione, utilizzando un network per arrivare alla creazione di una presentazione in una conferenza.

 

Questa presentazione si basa attivamente sulle informazioni raccolte nei commenti dei lettori del suo blog circa questions on Personal Learning networks e la visita di alcuni siti contenenti utili strumenti (web 2.0).

 

Il titolo stesso della presentazione deriva da un commento di Ines che afferma: “You must listen to the wisdom of the network”.

 

I commenti del blog mostrano la natura globale dei network, dal momento che i lettori / commentatori possono essere geograficamente dislocati nel globo.

 

 

Le parole chiave di alcune risposte dei lettori vengono evidenziate da un semplice strumento come Wordle, per creare una nuovoletta di tag.

 

 

Gli strumenti che ciascuno può utilizzare per creare PLN possono essere moltissimi; nella presentazione, anche in questo caso, i commenti dei lettori sono stati fondamentali. Infatti, in questi erano contenuti i tool più usati per diverse esigenze educative e formative.

 

Quali strumenti sia preferibile usare, non è una questione pertinente. Stiamo parlando di Network personali e dunque ciascuno utilizzerà quelli più adatti al proprio stile cognitivo e al proprio lavoro.

 

 

Dai commenti dei lettori è emerso questo diagramma:

 

  1. Twitter è lo strumento più usato;
  2. Quasi tutti hanno incluso strumenti di bookmarking sociale, come fondamentali nei propri PLN (del.icio.us e diigo);
  3. Facebook.

Metti in piedi il tuo PLN

Per concludere, la presentazione ha toccato con mano i tool per iniziare il proprio PLN, gli strumenti consigliati sono quelli risultati più popolari in base ai commenti dei lettori.

I primi passi per creare il tuo PLN:

  1. Entra in Twitter (Trovi eLearningoddess!! http://twitter.com/elearningoddess)
  2. Inizia a leggere blog
  3. Sottoscrivi feed RSS utilizzando Feed Readers
  4. Apri un blog
  5. Commenta i blog di altri educatori
  6. Entra in Classroom 2.0
  7. Entra in diigo oppure in del.icio.us

 

 

Posted by: Giuliana Guazzaroni | July 24, 2008

Omaggio all’edupunk

Un omaggio alla filosofia dell’edupunk con un video che ne illustra i concetti chiave

Posted by: Giuliana Guazzaroni | July 24, 2008

The Future of Content

The Future of Content by Welsh edu-punk Martin Weller

Posted by: Giuliana Guazzaroni | July 21, 2008

Impatto sociale dei PLE

Dire Personal Learning Environment (PLE), ovvero Ambienti personali di apprendimento, significa utilizzare un nuovo vocabolo. Van Harmalen (2006) afferma che questa locuzione è stata usata per la prima volta il 4 novembre 2004.

 

Gli ambienti personali di apprendimento rappresentano, in genere, un approccio all’e-learning più vicino alle reali esigenze dell’utente in apprendimento.

 

Utilizzare PLE significa porre il discente al centro del processo di apprendimento. Questo approccio si discosta dai percorsi che prevedono Learning Management Systems / Virtual Learning Environments  e, più in generale, aule virtuali che racchiudono il gruppo degli utenti entro rigidi confini.

 

Van Harmelen descrive i Personal Learning Environments come “systems that help learners take control of and manage their own learning. This includes providing support for learners to

      set their own learning goals

      manage their learning; managing both content and process

      communicate with others in the process of learning

      and thereby achieve learning goals.”

 

Downes (2006) afferma che “the heart of the concept of the PLE is that it is a tool that allows a learner (or anyone) to engage in a distributed environment consisting of a network of people, services and resources. It is not just Web 2.0, but it is certainly Web 2.0 in the sense that it is (in the broadest sense possible) a read-write application.”

Sui PLE:

 

Ho letto un post che esamina l’impatto sociale dei Personal Learning Environments.

 

Secondo l’autore i PLE influenzeranno profondamente l’intero sistema dell’insegnamento e dell’apprendimento, l’approccio pedagogico e, più in generale, lo sviluppo e la condivisione della conoscenza.

Graham Attwell scrive:

Education systems and institutions develop to meet the needs of society at particular stages of economic and social development […]

The present ‘industrial’ model of schooling evolved to meet the needs and form of a particular phase of capitalist industrial development […]

The present deep and prolonged industrial revolution, based on the development and implementation of digital technologies, is leading to massive pressures on education and training systems, both in terms of the changing demands from society – especially from employers – for new skills and knowledge (seen in the move towards lifelong learning) but also from the changing ways in which individuals (especially young people) are using Web 2.0 technology to create and share knowledge.

Le nuove tecnologie sono entrate a forza nel sistema educativo passando attraverso varie fasi e culminando nell’adozione, da parte di alcune istituzioni, della classica aula virtuale (Learning Management Systems / Virtual Learning Environments).

Se prendiamo come esempio Second Life possiamo toccare con mano che nelle sue isole sono stati ricreati luoghi educativi con strutture simili agli edifici reali.

Secondo Attwell, ciò è rappresentativo di una delle caratteristiche della rivoluzione industriale: le innovazioni profonde tendono comunque a riflettere i vecchi paradigmi. Piuttosto che concentrare l’attenzione sulle possibilità di innovazione dei nuovi media, tendiamo a replicare, in questi, forme organizzative e comunicative già esistenti.

In questo senso, anche nell’educazione / formazione abbiamo cercato di piegare la tecnologia al paradigma dell’aula tradizionale attraverso college e aule virtuali che riproducono i vecchi stabili preposti allo studio.

I PLE, in questo contesto, possono rappresentare il primo sforzo verso lo sviluppo di tecnologie educative che vanno oltre gli schemi tradizionali derivanti dalla scuola post industriale.

I PLE, per loro natura, sono assemblati a seconda delle esigenze personali dell’utente e si pongono rispetto a questo come sistemi originali e di volta in volta ristrutturabili.

Di certo i servizi offerti dal Web 2.0 vengono incontro alle nostre esigenze e, seppur entro certi limiti, ci permettono usi creativi.

Con attenzione osservo la difficoltà a distaccarci dal vecchio paradigma, dalle abitudini informatiche acquisite negli ultimi anni per liberarci anima e corpo in un universo liquido di strumentazioni assemblabili.

Ancora sui PLE:

PLE e Net Generation

PLE

PLE di base per l’online tutoring 

e-learning fai-da-te

edupunk

Posted by: Giuliana Guazzaroni | July 18, 2008

La formazione degli artigiani della conoscenza

Il lavoratore e la lavoratrice della conoscenza hanno bisogno di formazione specifica per svolgere compiti che hanno a che fare con la “conoscenza”?

Ho letto alcuni post, ho seguito il filo di un discorso da un blog a un altro.

La domanda è: Qual è la vera natura del lavoro intellettuale e come i singoli lavoratori della conoscenza ottengono la piena padronanza della propria arte?

Qualche anno fa Jim McGee ha scritto un articolo dal titolo Knowledge work as craft work, nel quale si afferma che il lavoro intellettuale è simile all’operare dell’artigiano.

La differenza più evidente è che l’artigiano crea pezzi fatti di materia, attraverso un processo più o meno complesso. Questo processo può essere materialmente osservato e porta alla creazione finale di un oggetto.

Invece, tu che sei un consulente, tu che sei uno scrittore, un blogger puoi vedere soltanto le reazioni che la tua opera sortisce.

Brett Miller scrive:

My brothers both work in a trade (plumbing and electrician), and I’ve had many conversations with them about the process within the trade unions of developing young plumbers and electricians from apprentice through the master grade. I’ve also taken a renewed interest in this process as described in the biographies of historical figures such as Benjamin Franklin and Leonardo da Vinci.

E continua affermando:

How did you learn how to be a knowledge worker? Did you spend your early years in an “apprenticeship” or were you just thrown into the fray? How do we help new knowledge workers learn their craft? How do we get knowledge workers, new or otherwise, to accept their profession as a craft? And how do we, as experienced knowledge workers, become even better at it?

Come si apprende l’arte del Knowledge work? C’è un apprendistato particolare da seguire o si viene gettati nella mischia? Come è possibile aiutare i lavoratori della conoscenza ad apprendere la loro arte? È possibile vedere che il lavoro intellettuale non è altro che un lavoro artigianale? Come possiamo migliorare la nostra “arte della conoscenza”?

 

Quali sono le competenze del lavoratore intellettuale?  

 

Michele Martin scrive: 

 

What we need, says Jim, is transparency in our work processes, a sort of cognitive apprenticeship model that makes our thinking and production processes more visible to others. Managing knowledge is not simply a matter of sharing knowledge objects. It’s about sharing multiple layers of thought, making each iteration of what we produce visible to ourselves and to others as a way to further develop our thinking. This allows us to return to earlier versions of ideas and to backtrack and re-evaluate what we do. 

 

Ho raccolto questa esperienza: 

 

Mi chiamo Rosita ho 37 anni e lavoro in una Cooperative che produce in senso lato “conoscenza”. Qui ci sono capitata per caso, ci lavoro da due anni e prima avevo già operato in realtà in parte simili.

Ogni mattina, arrivo in ufficio con la mia utilitaria. Parcheggio e nella stanza che condivido con altri lavoratori della conoscenza, dopo un veloce: “Buongiorno bella, come stai oggi?” cala il silenzio assoluto. Ognuno, impegnato nel proprio progetto, diverso ma simile, ognuno, ipod alle orecchie, corre contro il tempo con di fronte soltanto uno schermo piatto e inerme.

Con ciò voglio dire che a volte mi sento che devo trovare da sola le soluzioni. Al capo progetto non interessa affatto il processo che porta alla realizzazione del compito richiesto, non interessa assolutamente “come”, non posso annoiarlo con simili richieste sul “come fare?”. Al capo interessa che io porti a termine il mio ritaglio di progetto. Il capo poi, con i consulenti a lui più vicini, lo assembla. Solo loro hanno una visione d’insieme di ciò che tutti noi lavoratori stiamo facendo. Per non sapere né leggere né scrivere credo che ciò non sia il modo ideale di operare. Sento che manca la collaborazione, sento che ho bisogno di qualcuno che mi spieghi come utilizzare software e servizi di cui lontanamente immagino l’esistenza. A volte, poi, mi trovo a operare assieme ad altre lavoratrici come me, ma che sono dislocate in sedi lontane centinaia di chilometri dalla mia. Non abbiamo quello che ho scoperto si chiama un CMS aziendale, abbiamo soltanto un Server interno utilizzabile per salvare i nostri manufatti (documenti) nella cartellina personale alle 18.15, poco prima di lasciare l’ufficio. Il server contiene i documenti del mio ufficio. Quando lavoro con le altre sedi utilizziamo soltanto l’e-mail e per risparmiare sulle chiamate Windows Live Messenger. Qualcuno mi ha detto che se utilizzassi un Wiki si potrebbe semplificare il mio lavoro di collaborazione. Mi hanno parlato anche di Media sociali, per fare conoscenza con i miei colleghi lontani. Se devo scrivere di che cosa ho bisogno direi di dialogo per poter entrare meglio nell’ottica dei progetti che seguo e per non sentirmi una semplice operaia di pezzi di “conoscenza”, ma un’artigiana che mette dentro a ciò che produce quel qualcosa in più, quel tocco di personalità che credo manchi. Sono stata chiara?

 

Vorrei anche riportare l’intuizione di Michele Martin sull’idea che un lavoratore della conoscenza è non soltanto un artigiano, ma anche un vero e proprio artista. 

 

 

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